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Età Evolutiva

Età Evolutiva

 

Il termine  “età evolutiva” fa riferimento al periodo di vita che va dalla nascita all’adolescenza e che diventa particolarmente impegnativo a causa di numerosi cambiamenti a cui un essere umano è sottoposto e  con cui necessariamente deve confrontarsi.

In questa fase di vita gli esseri umani non sono ancora autonomi e la loro natura “dipendente” li rende particolarmente sensibili alle dinamiche familiari, scolastiche e sociali,  creando spesso una diretta corrispondenza tra ciò manifestano e ciò che accade intono a loro.

La sofferenza psicologica nei bambini e negli adolescenti assume spesso le forme di veri e propri “sintomi” che vanno adeguatamente inquadrati e diagnosticati, soprattutto per prevenire disturbi più gravi in età adulta.

I sintomi infantili e adolescenziali sono segnali di disagio personale ed interpersonale che sono dei veri e propri richiami, delle reali richieste di aiuto che in questa fase di vita non assumono forme chiaramente espresse, ma che vanno comunque ascoltati e ridefiniti.

Le terapia cognitivo-comportamentale dell’età evolutiva fa riferimento alla modificazione graduale del comportamento a partire dalla definizione sistematica dei sintomi e della loro origine. I comportamenti hanno senso solo all’interno dell’ambiente fisico e  psicologico in cui si manifestano e vengono costantemente rinforzati e puniti in maniera inconsapevole. Alcuni comportamenti infantili appaiono “strani” o difficilmente comprensibili, ma nonostante abbiano assunto all’esterno una forma disfunzionale, hanno al proprio interno una precisa funzione, che va scoperta e modificata.

La terapia cognitiva e comportamentale  aiuta a rendere visibili le dinamiche  nascoste di un determinato comportamento, cercando di conoscere a fondo i comportamenti divenuti “patologici”,  aiutando genitori ed insegnati a rispondere adeguatamente al bisogno espresso, decondizionando gradualmente il circolo vizioso disfunzionale che ha indotto quel bambino o quell’adolescente ad apprendere modalità sbagliate di fronteggiamento della realtà.

  • Come si procede

Quando si comincia un percorso terapeutico in età evolutiva si seguono alcune procedure standard che prevedono un primo colloquio con i genitori o con chi si occupa dell’educazione e della cura del bambino, successivi 4  o 5 colloqui di osservazione e colloquio con il bambino stesso, e un incontro finale di restituzione  di ciò che si è compreso ai genitori per la condivisione della diagnosi e per stabilire le linee generali del progetto terapeutico.

La psicoterapia in età evolutiva procede con la costante partecipazione dei genitori, degli insegnati e qualora c’è ne fosse bisogno anche della rete familiare più ampia. La partecipazione dei genitori è fondamentale nella psicoterapia cognitiva perché l’intervento oltre a decodificare il bisogno del bambino, deve restituire ai genitori una consapevolezza nuova e strumenti più efficaci di comunicazione con loro figlio.  La psicoterapia cognitiva cerca di dare voce al bambino e di potenziare le risorse dei suoi genitori che sono e restano le sue figure di riferimento fondamentali.

Parallelamente alle procedure standard è importante sottolineare che esistono alcune differenze di diagnosi e cura a seconda della fase evolutiva del bambino che necessita a seconda dell’età di alcune attenzioni particolarmente importanti per la fase di  s viluppo attraversata.

  • Alcun differenze evolutive

0-3 anni: il bambino è completamente dipendente dai genitori; l’intervento mira quasi esclusivamente ai colloqui con le figure genitoriali, le sedute con il bambino si fanno spesso insieme ai genitori sia contemporaneamente che singolarmente, e l’osservazione del bambino viene utilizzata per dare ai genitori nuove chiavi di lettura del comportamento del figlio, creando gradualmente risposte più adeguate ai suoi bisogni.

3-6 anni: il bambino è ancora molto dipendente dai genitori ma inizia ad essere scolarizzato anche se non completamente; l’intervento si basa ancora molto sui colloqui genitoriali, ma si possono effettuare parallelamente e a seconda del caso specifico maggiori sedute con il bambino. In questa fase, infatti il bambino, verbalizza con più sicurezza e interagisce nel setting terapeutico in maniera più autonoma, con più risorse di gioco e di relazione con il terapeuta.

6-10: il bambino è più indipendente dai genitori e la rete sociale e familiare inizia ad essere importante nella organizzazione di vita, i genitori sono ancora le figure fondamentali; l’intervento inizia a concentrarsi su sedute più frequenti con il bambino in un setting individuale e le figure genitoriali vengono seguite parallelamente con incontri mirati alla condivisione di ciò che emerge in terapia con il bambino, al fine di potenziare i risultati ottenuti e generalizzarli efficacemente nel “mondo” naturale del bambino stesso.

10-13: il bambino diviene più autonomo ed ha esigenze più legate all’ambiente sociale più ampio; l’intervento mira alla costruzione di una relazione significativa con il terapeuta, che in questa fase di età, diviene un inportante interlocutore “alternativo” ai genitori, e permette di comunicare all’interno di uno spazio esclusivo e più indipendente. I genitori collaborano alla terapia in maniera comunque costante, ma il mondo del bambino adesso  esige riservatezza e spazi di dialogo esclusivi al servizio del sé che inizia a definirsi come tale.

13>: l’adolescenza è iniziata e nonostante lievi differenze individuali le esigenze cambiano per tutti; l’intervento si concentra quasi esclusivamente sull’approccio individuale, con particolare attenzione al mantenimento degli spazi di privacy, così importanti in questa fase evolutiva. La costruzione di una relazione di fiducia esclusiva e protetta è la maggiore esigenza per un adolescente che si avvicina ad un percorso psicologico. Il trattamento  prevede comunque sedute di confronto con i genitori, essendo l’adolescente ancora parzialemente dipendente dalle sue figure di riferimento, ma il bisogno di autonomia e di differenziazione dai “grandi” è prioritario e stabilisce un setting molto simile a quello degli adulti.

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo in Età Evolutiva

Posted by on Gen 6, 2015 in Età Evolutiva | 0 comments

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo in Età Evolutiva

  Che cos’è il disturbo ossessivo compulsivo Il DOC in età evolutiva, come accade per gli adulti,  si caratterizza per la presenza di pensieri ricorrenti e/o comportamenti ripetitivi che determinano nell’individuo un livello significativo di stress e di danno funzionale. Le ossessioni sono pensieri, immagini persistenti, idee, impulsi percepiti come intrusivi (generalmente non focalizzati volontariamente), giudicati come inappropriati; Le compulsioni sono invece comportamenti ripetitivi (controllare, toccare più volte un oggetto, lavarsi, ordinare e pulire i propri oggetti, ecc.) o atti mentali (ruminazioni, rituali mentali superstiziosi, pregare, contare, ripetere parole o frasi ecc.) che il soggetto si sente costretto a compiere, al fine di evitare la minaccia illuminata dai  pensieri intrusivi (es.  poter dimenticare la porta aperta, toccare sostanze disgustose e contaminarsi ecc.) e per ridurre/prevenire lo stato emotivo ad esso associato (generalmente ansia e timore di colpa), oltre che nel tentativo di annullare la persistenza delle preoccupazioni e dei pensieri disturbanti  (es. lavarsi le mani finchè non si sente la pelle “sgrassata”). La compulsione, dunque, riduce l’ansia, produce sollievo e dà un senso di relativa sicurezza, anche se dura poco tempo. Come si manifesta Le ossessioni e compulsioni possono essere di natura molto varia. Pertanto si possono distinguere con relativa chiarezza tipologie di disturbo ossessivo-compulsivo, talvolta presenti in concomitanza, ognuno delle quali ha sintomi specifici. Disturbi da contaminazione – Si tratta di ossessioni e compulsioni connesse a improbabili (o irrealistici) contagi o contaminazioni. Disturbi da controllo – Si tratta di ossessioni e compulsioni implicanti controlli protratti e ripetuti senza necessità, volti a riparare o prevenire gravi disgrazie o incidenti. Ossessioni pure – Ci sono delle persone affette da disturbo ossessivo-compulsivo, che presentano solo ossessioni senza compulsioni. Si tratta di pensieri o, più spesso, immagini relative a scene in cui la persona attua comportamenti indesiderati e inaccettabili, privi di senso, pericolosi o socialmente sconvenienti (aggredire qualcuno, avere rapporti omosessuali, bestemmiare, compiere azioni blasfeme, offendere persone care, ecc.). Queste persone non hanno né rituali mentali né compulsioni, ma soltanto pensieri ossessivi. Superstizione eccessiva – Si tratta di un pensiero superstizioso portato all’eccesso. Chi ne soffre ritiene che il fatto di fare o non fare determinate cose, di pronunciare o non pronunciare alcune parole, di vedere o non vedere certe cose (es. carri funebri, cimiteri, manifesti mortuari), certi numeri o certi colori, di contare o non contare un numero preciso di volte degli oggetti, di ripetere o non ripetere particolari azioni il “giusto” numero di volte, sia determinante per l’esito degli eventi. Tale effetto può essere scongiurato soltanto ripetendo l’atto (es. cancellando e riscrivendo la stessa parola, pensando a cose positive) o facendo qualche altro rituale “anti-iella”. Ordine e simmetria – Chi ne soffre non tollera assolutamente che gli oggetti siano posti in modo anche minimamente disordinato o asimmetrico, perché ciò gli procura una sgradevole sensazione di mancanza di armonia e di logicità. Libri, fogli, penne, asciugamani, videocassette, cd, abiti nell’armadio, piatti, pentole, tazzine, devono risultare perfettamente allineati, simmetrici e ordinati secondo una sequenza logica (es. dimensione, colore, ecc.).Quando ciò non avviene queste persone passano ore del loro tempo a riordinare ed allineare questi oggetti, fino a sentirsi completamente tranquilli soddisfatti. Accumulo/accaparramento – E’ un tipo di ossessione piuttosto rara che caratterizza coloro che tendono a conservare ed accumulare (e talvolta perfino a raccogliere per strada) oggetti insignificanti e inservibili (riviste e...

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Fobia Scolare

Posted by on Gen 6, 2015 in Età Evolutiva | 0 comments

Fobia Scolare

  Che cos’è la fobia scolare Quando si parla di rifiuto scolare si fa riferimento ad un disturbo in cui il livello di ansia e di paura ad andare e restare a scuola sono tali da compromettere in modo significativo una regolare frequenza scolastica e causare sequele a breve e lungo termine. Come si manifesta Il disturbo si caratterizza per i seguenti comportamenti problematici e sintomi somatici: –          elevata reazione di ansia nel momento in cui esce da casa o giunge davanti alla scuola, al punto da presentare sintomi da panico; –          manifestazione di un ampia serie di sintomi somatici (vertigini, mal di testa, tremori, palpitazioni, dolori al torace, dolori addominali, nausea, vomito, diarrea, dolori alle spalle, dolori agli arti); –          il livello di angoscia può essere elevato fin dalla sera prima e il bambino può riposare male, il sonno può essere disturbato da incubi o risvegli notturni Come capire se si soffre di fobia scolare (come riconoscerlo) L’angoscia che accompagna i momenti di fobia scolare si manifesta in modo intenso e spesso tragico quando giunge il tempo di uscire per andare a scuola. I bambini più piccoli mostrano dei comportamenti di grave agitazione e si lasciano prendere dal panico, protestando e giungendo a supplicare i genitori con la promessa di recarsi a scuola l’indomani. In questi casi un bambino può avere reazioni aggressive, barricarsi nella stanza o nascondersi e, completamente in preda ad una paura intensa e irrazionale, è intrappolato in un’onda emozionale che non permette agli adulti nessun accesso razionale per tentare di persuaderlo. Se i bambini in preda a questa crisi di ansia vengono costretti ad andare a scuola possono mantenersi isolati, nascondersi, piangere a lungo o persino tentare di scappare per girovagare o per tornare a casa propria, il solo luogo in grado di rassicurarli veramente. I bambini più grandi, già dall’età di 5-7 anni, tendono a mettere in atto meccanismi di difesa più sofisticati per rendere meno evidente l’angoscia e più frequentemente presentano sintomi di somatizzazione che possono comprendere cefalee, dolori addominali, vomito, astenia e perfino febbre. L’esistenza dei sintomi di malessere fisico in questi casi tende a diminuire in modo naturale nei giorni del fine settimana e in prossimità di vacanze Cause Tra i fattori che maggiormente incidono nel predisporre e scatenare un rifiuto della scuola troviamo quelli ambientali. I sintomi possono iniziare in seguito ad eventi di vita stressanti che si sono verificati a casa o a scuola, tra cui la propria malattia o di un membro della famiglia, la separazione tra i genitori, la separazione transitoria da uno dei genitori, relazioni conflittuali nella famiglia, un legame disadattivo con uno dei genitori, problemi con il gruppo dei pari o con un insegnante, il ritorno a scuola dopo una lunga interruzione o vacanza. I dati disponibili in letteratura rispetto a fattori biologici, derivati dagli studi sulla famiglia e i gemelli, suggeriscono che ci potrebbe essere una vulnerabilità biologica per lo sviluppo di problemi emotivi, tra cui il rifiuto scolastico. In numerosi casi di fobia scolare sono state individuate delle caratteristiche tipiche del contesto familiare che sembrano alimentare il problema. La presenza di madri apertamente ansiose e fobiche tende a far assorbire le paure materne e può causare in un fanciullo una interiorizzazione delle conseguenti “immagini” in cui egli viene dipinto come “bisognoso di...

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Disturbi Specifici dell’Apprendimento

Posted by on Gen 6, 2015 in Età Evolutiva | 0 comments

Disturbi  Specifici dell’Apprendimento

Che cosa sono i disturbi dell’apprendimento I disturbi  specifici dell’apprendimento comprendono un  gruppo eterogeneo di disturbi che si caratterizzano per le significative difficoltà nell’acquisire e nell’utilizzare le abilità di lettura, di ragionamento e calcolo, di scrittura. Questi disturbi sono caratterizzati da una lentezza nel processo di elaborazione degli stimoli  e compromettono l’andamento generale dell’apprendimento. La diagnosi di tali disturbi prevede che non ci siano alla base cause neurologiche, un deficit uditivo o visivo, un ritardo mentale, un problema emotivo. Come si manifestano e si riconoscono Secondo il DSM IV si fa diagnosi di disturbo dell’apprendimento quando i risultati dei test standardizzati riguardo alla lettura, scrittura, e calcolo risultano essere inferiori in modo rilevante a quanto previsto rispetto all’età, al grado d’istruzione e al livello intellettivo. Generalmente questi problemi inficiano notevolmente i risultati scolastici e influenzano notevolmente  le prestazioni della vita quotidiana. Tuttavia essi sono disturbi dominio-specifici, ossia la compromissione delle informazioni  è ristretta ad un ambito specifico. Tra i principali disturbi dell’apprendimento ritroviamo la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia. Dislessia La dislessia è un disturbo che si manifesta con difficoltà nella capacità di lettura e la sua principale manifestazione consiste nella difficoltà che hanno i soggetti colpiti a leggere velocemente e correttamente ad alta voce. Tali difficoltà non possono essere ricondotte a insufficienti capacità intellettive, a mancanza d‘istruzione, a cause esterne o a deficit sensoriali. Si possono distinguere due forme di dislessia, una superficiale ed una fonologica. Nella dislessia superficiale la lettura è contraddistinta da estrema lentezza nell’esecuzione; confusione nell’assegnazione del significato corretto a parole omofone non omografe ( es l’ago e lago); frequenti errori nella lettura di parole polisillabiche con accentazione atipica (iper-regolarizzazione); errori ortografici osservati nella lettura a voce alta (sostituzione, aggiunta o eliminazione di lettere); buona capacità di lettura di lettere isolate, parole regolari e non-parole. Nella dislessia fonologica il lettore ha invece una ridotta capacità ad utilizzare la via fonologica e incontra difficoltà con le parole a bassa frequenza d’uso o non conosciute e con le non-parole ( stringhe di lettere senza senso), mentre legge in modo adeguato parole note. Il soggetto che presenta chiare difficoltà di lettura privilegia, indubbiamente, l’uso del processo intuitivo rispetto a quello di decodifica. L’intuizione della parola scritta rappresenta un valido strumento ma, al tempo stesso, è fonte di errori, definiti di anticipazione. Nel primo anno delle elementari il bambino dislessico ha difficoltà ad acquisire l’alfabeto e le mappe grafema-fonema. Dalla seconda alla quarta risulta difficile accedere alle mappe e analizzare i fonemi. Se questo problema non viene identificato nei primi anni della scuola primaria, tramite la valutazione di un esperto nel campo dei disturbi dell’apprendimento, le conseguenze possono risultare di una certa gravità. Se il bambino dislessico è sottoposto a un metodo d’apprendimento usuale, egli riuscirà solo con un grande dispendio di energia e concentrazione a ottenere risultati che per i suoi compagni e per il suo maestro sono quasi banali. Durante la scuola dell’infanzia è possibile effettuare una valutazione dei prerequisiti per l’abilità di lettura, in modo da poter intervenire precocemente e rafforzare delle competenze eventualmente carenti. I problemi maggiori nascono quando i bambini dislessici non vengono compresi, poiché spesso passano per pigri o addirittura per stupidi. Questo li porta spesso a perdere la propria autostima, a sviluppare forme di depressione o ansia e molto...

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Il Disturbo da Deficit di Attenzione ed Iperattività (ADHD)

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Il Disturbo da Deficit di Attenzione ed Iperattività (ADHD)

  Che cos’è l’ADHD Il disturbo da Deficit di Attenzione ed Iperattività (ADHD) è una sindrome che ha esordio nell’infanzia e che si caratterizza per una regolazione deficitaria in tre aree: attenzione, inibizione della risposta e livello di attività motoria. Come si manifesta Un bambino può soffrire di carenze attentive, se manifesta i seguenti comportamenti: non riesce a prestare attenzione o commette errori di distrazione in compiti scolastici o in altre attività; non riesce a mantenere l’attenzione nei compiti o nelle attività di gioco; da l’impressione a volte di non ascoltare quando gli altri parlano; non segue le istruzioni e non è in grado di portare a termine le attività; evita gli impegni che richiedono uno sforzo mentale protratto; perde frequentemente  gli oggetti necessari per compiti o attività; si lascia distrarre facilmente da stimoli estranei; appare sbadato in molte attività quotidiane. Può definirsi iperattivo se: muove con irrequietezza mani e piedi e si dimena sulla sedia; lascia spesso il proprio posto a sedere; scorazza e salta ovunque in modo eccessivo; mostra difficoltà nel giocare e nel dedicarsi ad altre attività in modo tranquillo; da spesso l’impressione di essere sotto pressione, come mosso di continuo da un motore che non possa essere spento; parla troppo. Infine, un bambino può essere definito impulsivo se: ha la tendenza ad agire prima di pensare; spara le risposte prima ancora che le domande siano state completate; non rispetta il proprio turno e interrompe gli altri di continuo in modo invadente e non controllato. Cause La letteratura è concorde nell’indicare come fattori di rischio dell’ADHD tre aspetti che interagirebbero tra loro potenziandosi reciprocamente: Possibili fattori genetici, che ci permetterebbero di ipotizzare una base ereditaria del disturbo. Fattori biologici, quali deficit neurobiologici, o variabili di natura biologica che intervengono in epoca perinatale o successivamente alla nascita. Fattori di rischio cognitivi, interpersonali, comportamentali; molti di questi fattori contribuiscono soprattutto al mantenimento del disturbo stesso. Ad esempio i comportamenti sintomatici (disattenzione, impulsività Ecc.) determinano nel bambino una valutazione negativa di sé, con conseguente bassa autostima; e ciò inficerebbe i rapporti interpersonali che egli intraprende con gli altri. Spesso in conseguenza dei comportamenti disfunzionali, i genitori mettono in atto strategie inappropriate di regolazione del comportamento, sperimentando senso di impotenza e...

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Il Disturbo della Condotta

Posted by on Gen 6, 2015 in Età Evolutiva | 0 comments

Il Disturbo della Condotta

  Come si manifesta Il comportamento dei bambini o adolescenti affetti da Dc sono caratterizzati dal mancato rispetto dei diritti fondamentali degli altri o delle principali norme societarie. È possibile osservare aggressioni a persone o animali: i bambini fanno spesso i prepotenti, minacciano o intimoriscono gli altri; spesso danno inizio a colluttazioni fisiche; usano armi che possono causare seri danni fisici agli altri (per esempio, un bastone, una barra, una bottiglia rotta, una coltello, una pistola); possono essere fisicamente crudeli con le persone o con gli animali; rubano affrontando la vittima (per esempio, aggressione, scippo, estorsione, rapina a mano armata); possono aver forzato qualcuno ad attività sessuali. Possiamo assistere, inoltre, alla distruzione della proprietà, ad esempio si pensi a situazioni in cui deliberatamente, un bambino appicca il fuoco con l’intenzione di causare seri danni; o ad altre situazioni in cui distrugge deliberatamente proprietà altrui in modo diverso dall’appiccare il fuoco.  Altri comportamenti caratteristici riguardano la frode o il furto: penetrare in un edificio, un domicilio, o un’automobile altrui; mentire per ottenere vantaggi o favori o per evitare obblighi; rubare articoli di valore senza affrontare la vittima. Infine, caratteristici di questa condizione clinica sono le gravi violazioni di regole: come trascorrere la notte fuori casa nonostante le proibizioni dei genitori, con inizio prima dei 13 anni di età; fuggire da casa di notte almeno due volte mentre si vive in casa con i genitori o con chi ne fa le veci, oppure scappare di casa una volta senza ritornare per un lungo periodo; ed infine, marinare spesso la scuola, con inizio prima dei 13 anni di età. Come capire che si soffre del Disturbo Della Condotta È spesso possibile individuare in alcuni contesti, soprattutto quelli scolastici, comportamenti aggressivi e problemi di condotta in alcuni gruppi di bambini, che farebbero ipotizzare una diagnosi di DC. È bene però osservare con attenzione le diverse situazioni ed effettuare una diagnosi differenziale, individuare cioè le differenze nei problemi di condotta per poter costruire un intervento individualizzato e quindi efficace. Bisogna innanzitutto distinguere tra rabbia, aggressione verbale e differenti tipologie di aggressioni fisiche, sottolineando che tali comportamenti possono oscillare da un livello di sgradevolezza e provocatorietà ad un livello seriamente dannoso o violento. Spesso si osservano condizioni cliniche di comorbilità, ossia la presenza di due diagnosi; ad esempio il DOP (Disturbo oppositivo provocatorio) o il DC (disturbo della condotta) possono essere presenti in comorbilità con l’ADHD (Disturbo da deficit di attenzione ed iperattività). I bambini con DC/ADHD mostrano maggiori problemi di adattamento, rispetto ai bambini con la sola diagnosi di DC, appaiono maggiormente resistenti al cambiamento, e possono avere una prognosi peggiore. Cause Molti studi dimostrano che esiste una predisposizione genetica che spiega l’insorgenza di tale disturbo; i fattori genetici però non costituiscono l’unico fattore determinante, essi, infatti, predispongono alla vulnerabilità per la possibile espressione del disturbo, mentre i fattori di rischio ambientali e gli eventi stressanti incrementano la probabilità della comparsa di tali problemi.  I fattori ambientali possono dare inizio a problemi di aggressività ed a comportamenti oppositivi, allo stesso tempo possono avere un ruolo importante nel mantenimento degli stessi. Tra questi ritroviamo fattori legati al contesto familiare: come alti livelli di depressione nelle persone che si prendono cura dei bambini (in particolare le madri); alto livello di comportamenti antisociali, e/o abuso di sostanze...

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Il Disturbo Oppositivo Provocatorio

Posted by on Gen 6, 2015 in Età Evolutiva | 0 comments

Il Disturbo Oppositivo Provocatorio

  Che cos’è Il DOP è un disturbo caratterizzato da livelli di rabbia persistenti ed inappropriati, irritabilità, comportamenti provocatori e oppositività, che causano menomazione nell’adattamento e nella funzionalità sociale. Come si manifesta I bambini affetti da DOP hanno spesso una modalità di comportamento negativistico, ostile e provocatorio che dura da almeno sei mesi, durante il quale si possono osservare i seguenti comportamenti: Il bambino spesso va in collera Spesso litiga con gli adulti Spesso sfida attivamente o si rifiuta di rispettare le richieste o regole degli adulti Spesso irrita deliberatamente le persone Spesso accusa gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento È spesso suscettibile o facilmente irritato dagli altri È spesso arrabbiato o rancoroso È spesso dispettoso e vendicativo Cause Le cause sono da rintracciare sia nei fattori genetici, i quali predispongono alla vulnerabilità per una possibile espressione, sia a fattori ambientali e familiari, che intervengono aumentando la probabilità della comparsa del...

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Mutismo Selettivo

Posted by on Gen 6, 2015 in Età Evolutiva | 0 comments

Mutismo Selettivo

Che cos’è Il mutismo “selettivo” definisce una forma iperselettiva di scelta della comunicazione che fa si che il bambino parli soltanto in un ambiente ristretto, spesso quello familiare, nonostante sia stata raggiunta dal bambino la tappa regolare di acquisiozione del linguaggio. Come si manifesta Il MS è un disturbo acquisito della comunicazione interpersonale contraddistinto dalle seguenti caratteristiche: Il bambino non produce verbalizzazione né spontanea né su richiesta, in uno o in più ambienti dove normalmente avviene uno scambio comunicativo verbale; L’anomalia interferisce con i risultati scolastici, lavorativi o con la comunicazione sociale; Il disturbo è presente da almeno 1 mese (non limitato al primo mese di scuola); L’incapacità di parlare non è dovuta al fatto che non si conosce, o non si è a proprio agio con il modo di parlare richiesto nella situazione sociale; Il disturbo non è ricollegabile ad alcuna patologia legata ai disturbi della comunicazione, (come ad esempio la balbuzie) o ad altri disturbi psichiatrici, come schizofrenia o ritardo mentale. Cause Rispetto all’eziopatogenesi del disturbo sembra non esserci una correlazione diretta tra il disturbo e specifiche esperienze traumatiche. Studi più recenti pongono l’attenzione al temperamento del bambino  e al suo comportamento, leggendolo come un particolare disturbo inquadrabile nella sfera dei disturbi d’ansia. Non esistono al momento studi sulla predisposizione genetica al disturbo. Come riconoscere il mutismo selettivo Alcuni degli indicatori più frequenti nella prima infanzia (0-3 anni) sono: Difficoltà di addormentamento Disturbi del sonno Difficoltà nell’alimentazione Disturbi di evitamento (paura degli estranei) Irrequietezza Ansia di separazione Timidezza eccessiva Episodi di enuresi ed encopresi. Spesso il MS tende a sovrapporsi alla diagnosi di fobia sociale, a causa dei segnali legati al ritiro sociale e interpersonale; tuttavia esistono segnali specifici del MS che lo differenziano da altri disturbi d’ansia come i comportamenti di controllo ed oppositività in ambito familiare ed un’ipersensibilità al giudizio. Molti bambini con mutismo selettivo spesso inibiscono la verbalizzazione a scuola e con gli adulti al di fuori dell’ambiente familiare; alcuni non verbalizzano neppure con i coetanei, oppure scelgono di parlare solo con un ristretto gruppo di bambini. Spesso alcuni di loro, pur non verbalizzando, prediligono forme comunicative alternative quali la mimica, il disegno o la...

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Depressione infantile

Posted by on Gen 6, 2015 in Età Evolutiva | 0 comments

Depressione infantile

Che cos’è La depressione rappresenta  il disturbo dell’umore più diffuso e frequente in età evolutiva. Il DSM IV distingue varie tipologie di disturbo depressivo che si differenziano per la gravità, la numerosità e durata dei sintomi depressivi. Di seguito sono elencate alcune tra le forme depressive più comuni.  Per depressione si intende una cospicua e prolungata modificazione dell’umore con conseguente della qualità di vita del bambino. Fare diagnosi di DI non è semplice perché alcuni sintomi sembrano presenti anche in altre forme di disturbo infantile.   Come si manifesta Depressione maggiore La diagnosi di disturbo depressivo maggiore richiede che siano soddisfatti i seguenti criteri: Un periodo minimo di due settimane di pervasivo cambiamento dell’umore in tristezza, irritabilità e perdita di interesse o di piacere Un rapido cambiamento nel funzionamento, accompagnato da una compromissione del funzionamento sociale in almeno 4 aree: –          Disturbi dell’alimentazione e/o insolito aumento o calo di peso; –          Disturbi del ritmo sonno-veglia; –          Rallentamento o agitazione psicomotoria; –          Anedonia; –          Affaticamento; –          Autovalutazioni negative o senso di colpa eccessivo; –          Difficoltà di concentrazione; –          Pensieri ricorrenti di morte, ideazione suicidaria o tentativi di suicidio. Il disturbo del sonno nel bambino può manifestarsi sottoforma di incubo piuttosto che insonnia o ipersonnia; sul piano del comportamento possono prevalere irritabilità, aggressività, disturbi fisici, ansia da separazione, agitazione e oppositività; nell’adolescente prevalgono invece, l’anedonia, le difficoltà scolastiche, il senso di impotenza, l’ipersonnia, i cambiamenti del peso e i tentativi di suicidio. Il disturbo distimico Il disturbo distimico è una condizione cronica caratterizzata da umore depresso e/o irritabile, la quale deve essere presente la maggior parte dei giorni, per buona parte del giorno, per almeno un anno.  Inoltre, devono essere  presenti altri due dei sintomi che caratterizzano il disturbo depressivo maggiore. Il disturbo depressivo non altrimenti specificato (NAS) La diagnosi di disturbo depressivo non altrimenti specificato viene considerata quando le manifestazioni depressive non soddisfano tutti i criteri previsti per gli altri disturbi depressivi.   Come riconoscere la depressione nel bambino e nell’adolescente È  difficile immaginare che un bambino possa essere depresso, eppure la depressione infantile è un disturbo in forte crescita. Tuttavia, diversamente dagli adulti che hanno la capacità di esprimere il loro disagio, i bambini non hanno ancora una buona capacità di verbalizzare e comunicare il loro malessere e la loro sofferenza, che viene pertanto espressa attraverso il loro comportamento. Il bambino depresso è spesso una piccola peste, iperattivo e in conflitto con i coetanei e con gli adulti. Sul piano del comportamento possono prevalere irritabilità, aggressività, disturbi fisici, ansia da separazione, agitazione e oppositività. Il disturbo del sonno nel bambino può manifestarsi sottoforma di incubo piuttosto che insonnia o ipersonnia, con frequenti risvegli notturni; nel bambino depresso può presentarsi anche enuresi notturna (cioè fa la pipì a letto). A scuola spesso, incontra notevoli difficoltà a causa della sua iperattività  e scarso interesse per le attività didattiche, in molti casi conseguenza della sua incapacità a sostenere tempi attentivi  prolungati. Anche la depressione nell’adolescente non dovrebbe mai essere sottovalutata : se è vero che i momenti di crisi fanno parte di una normale adolescenza, è anche vero che questa è la fase della vita in cui si verifica il maggior numero di suicidi. Diversamente dal bambino, la depressione negli adolescenti assume caratteristiche più simili a quella dell’adulto. Infatti nell’adolescente prevalgono l’anedonia  (ossia...

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Ansia da Separazione

Posted by on Gen 6, 2015 in Età Evolutiva | 0 comments

Ansia da Separazione

Che cos’è il disturbo da ansia da separazione L’ansia da separazione fa riferimento ad uno stadio dello sviluppo infantile durante il quale il bambino sperimenta ansia quando viene separato dalle principali figure che si prendeno cura di lui (in genere la madre). L’esordio può avvenire in età prescolare, ma molti casi hanno inizio intorno ai 10-12 anni, specialmente quando si associa il rifiuto di andare a scuola. Il tasso di remissione del disturbo d’ansia da separazione è alto. Tuttavia, si alternano periodi in cui il disagio diventa più grave e periodi in cui diminuisce. Come si manifesta Il disturbo da ansia da separazione si presenta con i seguenti sintomi: –          Ansia non appropriata ed eccessiva per la separazione da coloro a cui il soggetto è attaccato, evidenziata da malessere quando avviene la separazione o anche quando essa è semplicemente anticipata col pensiero –          Una preoccupazione persistente e irrealistica di perdita o paura che possa accadere qualcosa alle principali figure di attaccamento; –          Conseguenti difficoltà a  stare in qualunque  luogo dove sia necessario separarsi e dunque in età evolutiva, innanzitutto a scuola, ma anche a casa quando i genitori escono o a dormire da soli; –          Incubi connessi con la separazione –          Lamentele di sintomi fisici nel periodo di anticipazione cognitiva della separazione (pr. Es. dolori di stomaco al momento di partire per una festa di compleanno dove il bambino sa che sarà accompagnato dalla madre, ma poi lasciato lì a giocare fino a sera). –          La durata del disturbo deve essere di almeno 4 settimane; –          L’esordio deve avvenire prima dei 18 anni; –          Il disturbo causa forte disagio familiare, sociale, scolastico o lavorativo; I bambini con ansia da separazione possono letteralmente aggrapparsi ai propri genitori e avere difficoltà ad addormentarsi da soli durante la notte; quando si trovano soli, potrebbero mostrare terrore che i propri genitori siano stati coinvolti in un incidente o stiano male, o in ogni modo che l’abbiano abbandonato per sempre. Hanno bisogno di stare sempre vicini alla figura di attaccamento o a casa e potrebbero avere difficoltà a frequentare la scuola o a  partecipare ad un campeggio, a stare a casa di amici o in una stanza da soli. La paura della separazione può condurre a senso di vertigine, nausea o tachicardia. L’ansia da separazione è spesso associata a sintomi della depressione, come tristezza, isolamento, apatia, difficoltà di concentrazione e paura che i propri familiari muoiano. Spesso soffrono di incubi o terrore durante la notte. Spesso il bambino chiede di essere tranquillizzato rispetto alla possibilità che accadano eventi negativi, e le sue conversazione vertono principalmente su tali argomenti. Per quanto riguarda la scuola, invece possono manifestarsi forti crisi di pianto a scuola, oppure alla mattina prima di uscire di casa il bambino inizia a tremare, a tossire insistentemente, a vomitare e piangere , a sudare, è accaldato, dice di avere mal di pancia, mal di testa, si rifiuta di uscire. I genitori sono, oltretutto, angosciati dalla sofferenza del figlio e dal fatto che non riescono a trovare una soluzione efficace, e vedere che il problema si protrae nel tempo compromettendo il benessere generale della famiglia. Cause La causa del disturbo d’ansia da separazione non è conosciuta, sebbene alcuni fattori di rischio siano stati identificati. L’esordio del disturbo può avvenire in seguito ad un evento...

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